lunedì 28 maggio 2007

Grancelli aveva visto giusto

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L'orientamento astronomico delle citta' romane
dal sito de IL GIORNALE DI VICENZAVicenza tra i 38 centri italiani oggetto di una ricerca sulle citta' megalitiche. Lo studio pubblicato anche sul sito internet di una universita' UsaIn corso Palladio tra i misteri astrologici: I romani avrebbero costruito la citta' orientandola sul solstizio d'estatedi Alessandro Mognon Fino a ieri non lo sapevamo, ma passeggiando per corso Palladio è come trovarsi fra i misteri delle pietre di Stonehenge o dentro i segreti delle gallerie delle piramidi d´Egitto. Tutti monumenti orientati in base ad allineamenti astronomici. Perchè lo stesso facevano gli antichi romani quando costruivano le citta', come ipotizza una ricerca di Giulio Magli, fisico e docente di meccanica razionale al Politecnico di Milano e studioso di archeoastronomia. Che dopo aver misurato e analizzato 38 citta' italiane fondate dai romani, ha stabilito che l´orientamento ha forti aspetti simbolici legati all?´astronomia. E fra queste solo due citta' sono state concepite duemila anni fa e per motivi ancora misteriosi per essere in linea con il sorgere del sole nel solstizio d?´estate: Verona e Vicenza. La ricerca di Magli, che fa parte di uno studio pubblicato nel suo libro "I segreti della antiche citta' megalitiche", presente tra l´altro sul sito internet del dipartimento di fisica della Cornell University di Ithaca (New York): www.arxiv.org. E il motivo di tanto interesse c'è: un legame preciso fra le citta' romane e i simboli astronomici non era mai stato approfondito, se non addiruttra negato. Anche se come fa notare il fisico italiano « gia' Ovidio e Plutarco raccontavano di come la creazione di una nuova citta'si basasse sull´esame del volo degli uccelli o di altri riferimenti astronomici. Magli ha preso in esame solo citta' italiane in cui le due strade principali che caratterizzano le citta' romane, il decumano e il cardo che si incrociano a 90 gradi, e le altre strade a "griglia" sono ancora riconoscibili. Poi ha verificato l´orientamento degli assi della griglia in relazione ai movimenti del sorgere del sole a est durante il corso dell´anno. In realta' a Vicenza di certo c'è il decumano-corso Palladio mentre ancora dubbio è dove fosse il cardo. Ma la direzione c'è. Da qui tutta una serie di scoperte. Secondo il ricercatore di Milano gli antichi romani orientarono verso nord solo tre citta': Pesaro, Rimini e Senigallia. La maggioranza dei centri fondati fra il periodo repubblicano e quello imperiale (fra il V secolo avanti Cristo e il I dopo Cristo) sono allineati verso il sorgere del sole durante determinate feste sacre o in base ai punti cardinali. Altre citta' sembrano orientate entro 10 gradi a sudest rispetto al sorgere del sole o in prossimita' del solstizio d'inverno. E poi ci sono Verona e Vicenza, tutte e due nate intorno al I secolo dopo Cristo e uniche fra le 38, come risulta dallo studio di Giulio Magli, ad essere allineate con il solstizio d?´estate. «Le due citta' tra l´altro sono anche vicine fra loro - dice l´esperto di archeoastronomia -, anche se sul motivo di questo tipo di orientamento, come per le tre citt? dell?´Adriatico allineate verso nord, bisognera' indagare ancora». Insomma l´orientamento delle citta' romane non sarebbe casuale, ma pianificato e voluto. Per motivi ancora ignoti. Così, quando il 21 giugno, giorno del solstizio d?´estate, faremo shopping in corso Palladio a Vicenza, ricordiamocelo: magari leccando un cono panna e cioccolato, ma stiamo camminando in mezzo a un antico mistero.LINK:Architettura solare del passato: Marzabotto, Timgad e Augusta RauricaAugusta Bagiennorum: una citta' astronomicamente orientata


Lo studio di Magli
Lo studio innovativo che ha fatto Magli, in realtà è una storia vecchia. Intorno al 2003 ho promosso un incontro a Verona che verteva sul vecchio testo titolato "Piano di fondazione di Verona romana" ad opera di Umberto Grancelli.Da quell'incontro corroborato da varii studiosi (gli atti del convengno sono sttati pubblicati con la ristampa del testo) sono emerse le numerose intuizioni che l'autore ebbe .Ho parlato con Magli e mi ebbe a dire il lavoro che stava intraprendendo, gli suggerii le tesi di Grancelli e mi assicurò che avrebbe approfondito e studiato i concetti esposti dallo studioso veronese.La sovraintendenza di Verona non ha mai voluto prendere seriamente in esame la faccenda, addirittura non si è mai scavato sul colle di San Pietro, il santo dei santi, e tacciando gli scritti di Umberto come: visionari e senza fondamento.Spero che studiosi serii e preparati come Magli aprano nuove vie, nuove conoscenze, dato che dal dopoguerra a oggi abbiamo vissuto in un regime di ignoranza e di intolleranza. Nonostante tutto Verona è riuscita ha mantenere il sacrario, alla faccia del Vescovo , del pretame e dell'opus dei, quel luogo pulsa e domina la città sacrario degli Dei Primi . Umberto Grancelli è il sacerdote che spese la sua vita per riportare la grandezza dimenticata, nel suo interminabile studio è arrivato ad affermare ancora nel 1930 che Verona è allineata al solstizio d'estate, e che il decumano è il cardo e il cardo il decumano alla faccia dei falsi dotti. Molte curiosità emergono dal "Piano di fondazione di Verona romana", appare una città segreta costruita seguendo arditi e precisi allineamente, una città che Roma seppe rinnovare mantenendo l'Anima e il Numen anche nella nuova città costruita dentro l'ansa dell'Adige.

venerdì 6 aprile 2007

Il tempio di Verona

Ci sono molte affinità che legano il colle che domina la città di Verona, e il tempio della fortuna primigena a Palestrina. Ai piedi di quel colle di San Pietro, che fu il luogo di potere spirituale e politico, gli scavi effettuati hanno messo in evidenza situazioni cultuali delle più diverse e solo apparentememti eterogeneee. All'apice sul poggio esisteva il tempio di Giano anchesso divinità primigena e nonchè pater degli dei. Ancora alle sue pendici troviamo disseminati tutta una serie di luoghi dedicati a culti varii.una fontana chiamata popolarmente "fontana del ferro" il residuo del luogho sacro alla divinità ctonia Feronia. Anche se qualcuno ingenuamente faceva risalire l'etimo alla ferrosità dell'acqua, che non aveva e non ha nessuna traccia di ferro. Anche a Palestrina nelle adiacenze del complesso della Fortuna Primigena troviamo il culto della Dea vicina a Paan Feronia. Ma le similitudini non finiscono quà: un certo Mario Maro offrì al serafeo di Verona, un'ara a Serafide (divinità Tolemaica che si sostitui a Osiride) e sempre un un Mario Maro negli stessi anni offrì una statua di Iside e Arpocrate (parte della collezzione Barberini, oggi a Monaco)al Serafeo che si trovava ai piedi del Tempio della Fortuna Primigena.E per tutta una serie di analogie sappiamo che questi colline Sacrario erano vicine alla collina Rhacotis (l'antico nome di Alessandria d'Egitto prima dell'arrivo di Alessandro Magno e l'insediamento dei Tolomei, collina anchessa sacrario)Che occupava il colle dominante Alessandria d'Egitto e comprendeva il Ginnasio e il teatro come sul alle pendici del colle di Verona troviamo il maestoso complesso del Teatro Romano luogo pubblico sacro a differenza dell'arena che era destinata a rappresentazioni popolari assimilabili al nostro odieno stadio.Vorrei poter approfondire questo discorso anche stimolato da articoli interessanti come quello che ha aperto questa discussione . Le informazioni sono in parte frutto del testo : "PIANO DI FONDAZIONE DI VERONA ROMANA" di Umberto Grancelli.Grazie a presto
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Palestrina. Nel tempio della dea fortuna La celebrazione del potere primigenio Renato del Ponte, Dei e miti italici Il tempio dedicato alla Dea Fortuna a Palestrina rientra tra le costruzioni monumentali erette nell’antichità in forma di altare telluricocosmico. Qualcosa di radicato al suolo e avvinto alla struttura stessa della terra, come scaturito dai contrafforti del colle. Dalla base alla sommità del rilievo dominante l’antica Praeneste si levava il grandioso e scenografico tempio: qualcosa di simile all’altare di Pergamo, inglobante l’intero altopiano, oppure a certe rappresentazioni fantastiche della liturgia faraonica. Molti tra i più celebri studiosi rinascimentali, scrutando i pochi resti antichi che si potevano vedere tra le povere casupole di Palestrina, si erano ingegnati a immaginare quale forma avesse in origine il tempio che si sapeva essere della Fortuna Primigenia. Ricostruzioni ideali di Giuliano da Sangallo o del Palladio liberavano la fantasia ad immaginare i più colossali edifici, secondo le geometrie di un gigantesco neoclassicismo. Renato del Ponte, La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuità Ma neppure la fantasia poteva superare la realtà. Furono le bombe americane dell’ultima guerra a liberare in più punti le incrostazioni e a mostrare in tutta la sua portata quello che era stato davvero il magnifico tempio. Si trattava di una imponente costruzione che, già nel IV secolo, occupava l’intero colle: un sistema di terrazze saliva per gradi sino alla sommità, in cui si trovava il tempio più interno, e ogni tappa del viaggio ascensionale era segnata da vari livelli, con scalinate, rampe, stazioni. Tutto il complesso aveva l’aspetto di un sistema geometrico costruito in asse col tempio più alto e con la statua del culto supremo, in un quadro che qualcuno ha definito “ideologico”, volendo rimarcarne gli aspetti di celebrazione del potere divino attribuito al contatto con l’energia generatrice dell’uomo. La terrazza degli Emicicli, quella dei Fornici, quella delle Fontane, quella della Cortina erano altrettante tappe del sacro itinerario. Sino alla sommità, dove, sul culmine del colle, si levava il tempio vero e proprio della Fortuna Primigenia. Era un luogo essenzialmente oracolare. In una grotta naturale ai primi livelli della salita, all’estremità della parete addossata al suolo, è stato trovato uno spazio impreziosito di colonne scanalate e con i resti di un pavimento musivo. È l’Antro delle Sorti, in cui l’oracolo emetteva i suoi responsi. Questi, altre volte, secondo Cicerone, venivano ottenuti, per così dire, alla maniera nordica, interpretando le sortes, lettere incise su pezzetti di legno che venivano estratte dalla roccia e interpretate. E il sacello costruito sul luogo in cui si operò questo oracolo era ritenuto particolarmente sacro. Jean-Michel David, La romanizzazione dell'Italia Poco distante, dietro l’abside del Duomo attuale, là dove un tempo sorgeva la basilica di epoca repubblicana, ecco comparire l’aula absidata, anch’essa in parte scavata nella roccia e dotata di ricca decorazione architettonica. Qui fu rinvenuto il famoso mosaico detto del Nilo, risalente all’80 avanti Cristo, che oggi si conserva al Museo. Questo capolavoro contiene una specie di mappa geografica dell’Egitto e un vero bestiario esotico. Ma, ciò che più interessa, è che è stato messo in relazione con le mutazioni della Fortuna e con il viaggio fatto da Alessandro Magno in Egitto, quando rese onore a Giove Ammone. Una presenza, questa di Giove, che era anche a Praeneste sin dagli inizi, dato che - secondo Tito Livio - Cincinnato, che conquistò la città alla fine del IV secolo, portò a Roma come preda di guerra proprio una statua di Giove Vincitore, posizionandola sul Campidoglio. Il culto alla Fortuna è uno dei più antichi su suolo italiano. In esso si intrecciavano motivi legati sia alla fertilità che alle potenze oracolari. Esiste la prova che nel santuario prenestino il culto ufficiale alla Fortuna era gestito dai patres e dai sacerdoti virili, mentre quello femminile legato alla fecondità era appannaggio di collegi di matres. Questa duplice vocazione del tempio è stata riconosciuta dagli studiosi come prova di un sincretismo che, per la verità, era assai diffuso a Roma. Lo stesso abbinamento che è stato fatto tra la Fortuna e Iside, cui in epoca ellenistica anche a Praeneste veniva reso onore, non è che un’ennesima riprova della capacità pagana di unificare in concetti organici anche ispirazioni diverse. Le fonti antiche affermano che esistevano due statue della Dea Fortuna: una di bronzo dorato e una di marmo bianco, nella posa di allattare Giove e Giunone bambini. La presenza di Giove all’interno di un tempio dedicato alla Fortuna non sembra essere, dunque, una contraddizione tra significati della sovranità e quelli della maternità. Anzi, era proprio luoghi come questo che nell’antichità si intendeva celebrare ad un tempo tanto il potere sovrano che l’origine della vita, fondendo in un unico culto la gerarchia uranica della potenza e quella tellurica della genealogia. Andrea Carandini, Remo e Romolo. Dai rioni dei Quiriti alla città dei Romani (775/750 - 700/675 a.C. circa) Alla celebre iconografia della Fortuna recante la cornucopia dell’abbondanza si affianca quella, che era ricorrente specialmente sulle monete, di una duplice Dea: una vestita con la corona sul capo, l’altra a seno nudo con un elmo sulla testa. Del resto, sulla più alta terrazza, là dove, secondo Cicerone, l’olivo avrebbe secerto miracolosamente del miele, si trovava la statua guerriera della Fortuna, posta ad un gradino più elevato di quella materna del santuario situato livello inferiore. Rappresentazione ben chiara che questo santuario riuniva in sé tutti i valori principali della vita, celebrando alla maniera pagana e in modo uniforme tanto la virilità quanto la femminilità. Alcuni studiosi hanno poi rimarcato l’importanza della Dea Fortuna nell’ambito delle credenze italico-latine più arcaiche, sottolineando come i loro più profondi attributi fossero quelli legati al primordiale potere di assicurare la fecondità e riproduzione della discendenza. La speciale tutela sulla nascita e sulle sue arcane provenienze era l’aspetto principale, assicurato dal dettaglio rivelatore che la Dea Fortuna la si diceva avere potere di protezione sul corpo e, particolare, sugli organi genitali. Giandomenico Casalino, Il nome segreto di Roma Una divinità della genealogia, della trasmissione del sangue, della nascita? È proprio questo che deve intendersi sotto denominazione di Fortuna Primigenia, intimamente legata, in altre parole, al concetto di “buona nascita originaria”. Questa era, dunque, per i nostri antichi padri la vera “fortuna primigenia”: avere buona razza, essere di ceppo sano e legato all’origine. È tra le pieghe di monumenti e luoghi che fanno parte del nostro panorama quotidiano, e dei quali, di solito, trascuriamo di ricordare i più profondi significati, che si nascondono alcune verità essenziali della nostra civiltà. Per dire, andare oggi a Palestrina a visitare il tempio della Dea Fortuna significa inevitabilmente ammirare il palazzo della famosa famiglia papalina dei Colonna-Barberini, costruito nella zona più alta dell’antico santuario che come un cuculo si è posato sul nido di una religione più antica e diversa, occultandone oggi l’intimo senso. Ma i simboli parlano, a chi sa intenderli, anche se offuscati dalle manomissioni e dalla dimenticanza. Luca Leonello Rimbotti Tratto da Linea del 26 ottobre 2006
"Oh Dèi, è dunque vero che anche nell'Ade resta veramente una psiche e un'ombra dell'uomo!".
Odissea, X, 495, XI, 207.

giovedì 15 febbraio 2007

Foto scattata nel 1966:Umberto Grancelli

Foto scattata in lessinia nel 1966: Umberto Grancelli sulla sinistra con gli occhiali e assieme all'amico pittore Federico Bellomi