domenica 5 luglio 2026

Ninfeo dell'Acropoli di Rodi

Il Ninfeo sull'Acropoli di Rodi.
Gli antichi Greci usavano il nome Nymphaeum (Ninfeo) per designare i luoghi sacri dedicati alle ninfe, in particolare alle ninfe delle sorgenti, che erano principalmente le Naiadi. Questa istituzione risale all'epoca mitologica, come menzionato da Omero e da molti storici successivi come Strabone, Plutarco e Suida.


Nella maggior parte dei casi, si trattava di grotte naturali con sorgenti d'acqua, utilizzate come bagni termali e spazi abitativi delle Ninfe. L'intera area dell'antica Grecia era costellata di tali Ninfei e fu lì che si sviluppò la civiltà greca. Caratteristici sono quelli menzionati da Omero, come il Ninfeo di Itaca, dove Ulisse si rifugiò e pregò al suo ritorno in patria, o la grotta di Calipso, che era anch'essa un Ninfeo.
Ninfe greche.
Gli antichi chiamavano anche gli edifici ad arco che ospitavano le fontane delle città, che di solito erano dedicate alle Ninfe. Tra questi ninfei artificiali si annoverano la fontana di Teagene a Megara, le fontane di Priene e Glafki a Corinto, nonché la sorgente di Callirroe ad Atene.
Altri ninfei importanti menzionate dagli storici sono:
· Le Ninfe di Rodi, sul lato nord-ovest dell'Acropoli della città di Rodi.
· il Ninfeo del Parnaso (menzionato da Strabone e Pausania).
· il Ninfeo di Sipilo, o la sua grotta, Sipilo (Iliade),
· il Ninfeo di Citerone, dedicato alle Ninfe Sfragitidi, situato vicino a Fillide, menzionato da Pausania, Plutarco e Aristotele.
· il Ninfeo di Elicona, dedicato alle ninfe Livatri, menzionato da Strabone.
· il Ninfeo di Vari, dove sono stati rinvenuti numerosi oggetti votivi, tra cui la raffigurazione di Pan che gioca con una siringa, mentre quattro Ninfe attorno a un altare accettano la pia offerta di Archandro.
· il Ninfeo di Penteli, che si trova un po' più in alto della grotta di Davelis. Si tratta di una grotta ricca di stalagmiti e stalattiti, con un pavimento lastricato di argilla, dove sono stati rinvenuti numerosi rilievi votivi in ​​marmo risalenti al IV secolo a.C.
· il Ninfeo di Delfi, ovvero la sorgente castalia nella caverna dove si trovano tre nicchie scavate nella roccia, in cui era collocato un numero uguale di statue di Ninfe.
Spesso, attorno alle Ninfee, chiamate anche Ninfei, veniva eretto un piccolo tempio dedicato a queste dee, poiché ve n'erano molte nell'Elide, secondo Strabone.
Pertanto, la costruzione di tali edifici iniziò a diffondersi nelle città, ospitando in sostanza fontane pubbliche dedicate anche alle Ninfe. Questi ninfei artificiali, particolarmente note per la loro ricca decorazione, erano:
· la Fontana di Teageno a Megara
· Le fontane di Priene e Glafki a Corinto.
· La fontana vicino alla sorgente di Kallirhoe ad Atene. In base alle prove fornite dai ritrovamenti (cisterne e un acquedotto intorno alla collina delle Ninfe), si presume che anche su questa collina sorgesse un ninfeo.
Nel corso del tempo, questi edifici, soprattutto nel periodo ellenistico, iniziarono a diventare più imponenti e lussuosi con colonne, cisterne, portici, ecc. Uno di questi grandi edifici era il Ninfeo di Miexi in Macedonia, dove Aristotele insegnò ad Alessandro Magno, che oggi porta il nome di Paleosoter presso la "fontana Verriotiki", vicino a Naoussa. Questa era essenzialmente una grotta con stalattiti all'ingresso della quale si trovavano panchine di pietra dove insegnava Aristotele. Una struttura simile fu costruita anche a Corinto con un grande portico antistante. Ma anche nell'antica Olimpia, il presunto monumento di Erode il Grande era un Ninfeo con una grande abside (come forma architettonica di ingresso di una grotta) con tetto a semicupola e rivestimento in marmo delle pareti con due statue. Il Ninfeo di Efeso presentava esattamente tale struttura architettonica con tetto a semicupola, che si ritiene sia stata adottata dai tecnici e dagli architetti romani dell'epoca.
Ninfei romani.
I ninfei romani, chiamati appunto ninfei (dal latino nympheum), iniziarono a essere ricostruiti intorno al IV secolo a.C. Si trattava di strutture artificiali che fungevano da santuari, serbatoi o cisterne. La maggior parte faceva parte di palazzi o terme, come il ninfeo dei giardini dell'imperatore Gallieno, il ninfeo del palazzo di Domiziano sul Palatino e altri sul colle Quirinale a Roma. Un ninfeo molto noto nel mondo greco era il ninfeo dell'antica Olimpia, conosciuto anche come acquedotto di Erode Attico costruito nell'antica Olimpia nel 160 d.C.
Parallelamente allo sviluppo dei mosaici, i ninfei del periodo ellenistico iniziarono ad essere decorati principalmente con ricche rappresentazioni a mosaico, come ad Antiochia e Costantinopoli. Così, a poco a poco, la loro imponenza e la ricchezza delle decorazioni ne modificarono anche l'uso, trasformandoli in luoghi per matrimoni.
Ninfei e il dio Apollo.
Nell'antica Grecia, i Ninfei erano noti come luoghi di culto dedicati alle ninfe. Erano considerati luoghi sacri e la loro posizione attraeva da sempre visitatori, suscitando emozioni uniche.
Le spose erano giovani figure femminili di origine divina che vivevano nella natura selvaggia, tra le montagne, nei fiumi. Erano tutti caratterizzati da una bellezza infinita e con le loro voci melodiose lodavano gli dei dell'Olimpo.
Le ninfe erano divise in tre categorie: 1) Driadi, le ninfe degli alberi solitari, 2) Naiadi, le ninfe dei fiumi e delle sorgenti, e 3) Orestiadi, le ninfe delle montagne.
Le ninfe sono ancora famose per le loro storie d'amore con gli dei, come quella con Apollo. La storia più diffusa è quella del dio Apollo e della ninfa Dafne, che egli assediò e perseguitò insistentemente. Ma lei non poté sopportarlo e implorò sua madre, Gaia la aiutò. Sua madre ascoltò le sue suppliche e la trasformò in un albero. Allora Apollo, addolorato, tagliò un ramo dell'albero e se ne incoronò. Con varie varianti della storia d'amore tra il dio Apollo e Dafne, alla fine il bel dio scelse il ramo di Dafne come corona. Da allora, esso è diventato il suo simbolo ed era spesso onorato dai Greci con corone d'alloro!
A Rodi incontriamo ninfei di incomparabile bellezza, nell'antica acropoli dell'isola, sul colle del dio Apollo Pizio o Smintheion e dietro il tempio di Zeus.
Si tratta di quattro santuari rupestri, completamente scavati nella roccia, ciascuno con una nicchia, comunicanti tra loro e con un'ampia apertura che li unisce. I reperti archeologici includono piccole figurine (probabilmente di ninfe o della Dea Afrodite) poste all'interno di queste nicchie, suggerendo offerte legate alla fertilità, all'acqua e ai culti curativi. Sono i ninfei dedicati al dio Apollo. Anche a Rodi, oltre all'antica Acropoli, si trovano ninfei nella valle di Rodini, tombe scavate nella roccia e tratti delle antiche mura.
Purtroppo, l'accesso alle Ninfe di Rodi è vietato, poiché gli ingressi sono stati chiusi dalle autorità competenti. Tuttavia, due giorni all'anno, sono aperti al pubblico per le visite.
In quei giorni, le persone hanno l'opportunità di camminare sulle rocce scolpite e scoprire i segreti di migliaia di anni. Luoghi simili, con la loro indescrivibile bellezza e la loro storia e tradizione nascoste, non possono che trascinare il visitatore nella loro trama fiabesca, anche solo per poche ore.
Visto che abbiamo menzionato il Ninfeo, la collina del dio Apollo, facciamo anche un cenno ad Apollo stesso, la cui origine è stata più volte oggetto di dibattito e dubbio. Pizio o Sminteo? C'entra forse qualcosa?
Una visione discutibile del luogo di origine, esilio o residenza di Apollo e in che misura è provato che l'Apollo di Rodi fosse il Pitico? Forse dovremmo preoccuparci del fatto che a Rodi una delle più grandi feste religiose era la "Sminthia", una festa dedicata ad Apollo lo Sminteo, per proteggere le piantagioni dai ratti (Sminthos = ratto). La festa si svolgeva durante il mese di Sminthion, che esisteva nel calendario rodio e corrispondeva al mese di Pyanopsion o Maimaktirion dell'Attica (corrispondeva all'incirca al periodo tra i mesi di ottobre e novembre del calendario moderno). Si dice anche che Apollo lo Sminteo avesse avuto origine a Troia e il suo culto intorno a Troia, e a Rodi, si è diffuso ampiamente grazie alle visite di Apollo.
Alcuni sostengono che si tratti semplicemente di epiteti di Dio, che descrivono una forma ambigua destinata a mutare nel tempo. Rispettando questa interpretazione, quanto è plausibile che l'epiteto di Apollo di Rodi fosse "Pitio"?
Se si cercano i luoghi in Grecia dove sono stati identificati tali santuari, si scopriranno le interessanti peculiarità che li legano all'ambiente in cui si trovano.
Luoghi con un'energia e un'atmosfera particolari, immersi in una natura meravigliosa, in foreste magnifiche, in riva a fiumi o, più comunemente, in grotte segrete.
È una sfida sia per i ricercatori che per le persone dallo spirito spensierato.
Lo studio di ogni santuario e della sua storia nasconde sempre grandi sorprese. Così è anche qui.
A Rodi, il Ninfeo, vicino ai templi di Apollo, Atena e Zeus, si erge modesto e inosservato ai più, ma è ricco di segreti, di un'atmosfera e di un'energia particolari, sebbene l'accesso ad esso sia proibito.
Forse per paura che le Ninfe non si facciano più vedere e che anche noi diventiamo simili a fate...
Pubblicato da RODOSCollector.

venerdì 3 luglio 2026

L'ordine templare pregava a cavallo usando il prologo evangelico di Giovanni



I primi 14 versi del Prologo del Vangelo di Giovanni (Gv 1,1-14), che descrive l'incarnazione del Logos divino. Piuttosto che un "rituale templare", questa tradizione deriva dall'influenza della Cabala Cristiana e degli ordini rosacrociani, come la Societas Rosicruciana in Anglia (SRIA) e l'Ordo Rosae Crucis, che hanno poi plasmato i rituali della Hermetic Order of the Golden.Il Filo Conduttore con i Templari: Sebbene la Golden Dawn sia una società ermetica ottocentesca, essa ha incorporato i gradi dell'A.U.M. (Ancient and Accepted Rite of Masonry), legati alla Massoneria Templare e al Rito Scozzese, come nel caso del Sovrano Capitolo Rosa-Croce (o Cavalieri dell'Aquila e del Pellicano). All'interno di questi riti cavallereschi e templari di matrice gnostico-cristiana, il Prologo di Giovanni viene utilizzato come testo sacro per via del suo profondo misticismo sulla Trinità e sulla Luce Interiore. 



giovedì 2 luglio 2026

l'anima pagana ritrovata di James Hillman

"Io penso che il Daimon ti afferra o attraverso una specifica difficoltà, oppure attraverso uno specifico talento"
James Hillman
il Daimon Demone


la festa dei gitani in ricordo di Folco de Baroncelli e Bufalo Bil

La Festa dei Gitani (o Pèlerinage des Gitans) si tiene ogni anno a Saintes-Maries-de-la-Mer (Camargue, Francia). Nel 2026, il cuore dell'evento si è concentrato attorno al 24-25 maggio 2026 



lunedì 29 giugno 2026

I papi lo adottarono come alto copricapo sacerdotale: la tiara

Il cappello dei papi, ovvero l'elmo di Oppeano fu adottato come alto copricapo sacerdotale dal Vicario di Cristo. ecco le immagini del famoso Elmo di Oppeano e le rappresentazioni papali, in ordine busto di Clemente II a Sutri nella concattedrale, busto di Clemente IV, Innocenzo III rappresentato a Subbiaco





sabato 27 giugno 2026

san Cirillo lo hanno fatto santo, era un istigatori all'odio e all'assassino della filosofa ed erudita Ipazia

Oggi 27 giugno la Chiesa festeggia S. Cirillo (370 - 444), assassino di Ipazia, per mezzo di 500 monaci da lui aizzati. Lo storico contemporaneo Socrate ci dice che il vescovo Cirillo la fece ammazzare per far accettare la beatificazione del monaco teppista Ammonio, che il prefetto di Alessandria, Oreste, fece giustiziare. La filosofa e scienziata Ipazia, sosteneva nella Alessandria cristianizzata, la cultura greco romana, mentre ebrei e cristiani lottavano tra loro per predominare sugli ultimi pagani tollerati, distruggendone i libri e i templi o convertendoli come propri edifici di culto. Ipazia aveva molto ascendente su Oreste; fu mandata una squadra di monaci teppisti detti «parabolani» capeggiati dal lector Pietro (ἀναγνώστης: dunque non un analfabeta) che costituivano, per Cirillo, una specie di «guardia del corpo»: Ipazia fu catturata per la strada, denudata, lapidata, fatta a pezzi e bruciata. Cirillo fu santificato per coprire il massacro e dare un'aura mistica all'assassinio. Gli storici cristiani tentano di screditare il racconto di Socrate attraverso una grossolana falsificazione, quella di essere nato un secolo dopo. Per papa Ratzinger Cirillo fu un “instancabile e fermo” testimone di Gesù Cristo, “Verbo di Dio incarnato” e il 3 ottobre 2007 dedicò alla “grande figura” di uno dei Padri della Chiesa un'intera udienza generale. La data della sua festa è stata più volte cambiata.



Hallelujah all'orgasmo

Questa canzone vuole essere l'inno all'orgasmo e per questo venne vietata nelle messe cristiane, il cantautore spesso cambiava le parole, ma il significato rimaneva tale.........



giovedì 25 giugno 2026

Le contraddizioni della storia


Il culto per Giuseppe Garibaldi fu un potente motore ideale per la Resistenza. I partigiani lo consideravano il padre della patria e il simbolo del riscatto popolare. Questo mito servì a unire diverse generazioni nella lotta contro il nazifascismo, richiamando i valori di libertà, democrazia e giustizia sociale. La figura di Garibaldi fu venerata dal duce e dal fascismo

L'antico tempio di Hera Lacinia

Luogo riconvertito dal cristianesimo, dato che ogni anno ricorre una processione con la statua di Maria S. S. e a essa dedicata che terminava proprio a Capo Colonna.




Il Tempio di Hera Lacinia è un tempio greco antico in rovina, situato nel cuore di un santuario dedicato a Hera, a Capo Colonna, in Calabria, vicino a Crotone (l'antica Kroton). L'elemento principale rimasto è una colonna dorica con capitello, alta circa 8,2 metri.
Il sito sorge su un promontorio anticamente chiamato Lacinion, in una posizione strategica lungo le rotte costiere che collegavano Taranto allo Stretto di Messina. La venerata dea Hera Lacinia prende il nome da questo luogo.
Il santuario fu in seguito inglobato nella più ampia città romana di Lacinio.
I più antichi ritrovamenti ceramici (importati) dell'VIII secolo suggeriscono che l'area del promontorio di Lacinio fosse un luogo di culto anche prima dell'arrivo dei coloni greci, ma non sono significativi per la prova di visite greche precedenti alla fase coloniale. Questi ritrovamenti della prima area di culto si trovavano sotto l'"Edificio B" che risale all'inizio del VI secolo a.C. come testimoniano le ricche offerte votive tra cui capolavori in oro, argento e bronzo. L'edificio più importante del santuario divenne in seguito il grande tempio dorico (A), costruito su un diverso allineamento vicino al bordo della scogliera intorno al 480-470 a.C. sopra un precedente tempio arcaico del VII secolo.
Il santuario dipendeva dall'antica Crotone ed è stato uno dei più importanti della Magna Grecia fino al IV secolo a.C. Le fasi costruttive sono databili a periodi compresi tra il VI secolo a.C. e il III secolo d.C.
La via sacra (grande via processionale), lunga 60 m e larga oltre 8 m, fu creata nel IV secolo a.C., dopodiché furono costruiti due vasti edifici pubblici per i pellegrini. Avevano una pianta simmetrica con cortili interni e peristili: il katagogion (alloggi per pellegrini) e l'hestiatorion (edificio dei banchetti). Il muro del temenos (recinto del santuario) risale probabilmente al IV secolo a.C.
Il tesoro federale della Lega Italiota, che riuniva tutti i Greci d'Occidente, fu trasferito lì nel V secolo a.C. e vi rimase fino al suo trasferimento a Eraclea, vicino a Taranto.
Il famoso pittore Zeusi creò molti dipinti per il Tempio alla fine del V secolo a.C., alcuni dei quali si conservarono fino all'epoca di Cicerone (106-43 a.C.) [Cicerone, De inflatione (85 a.C.), Liber II, Opera philosophica, 1-3]. Il suo dipinto più famoso raffigurante Elena di Troia era inteso a rappresentare l'ideale di bellezza femminile. Il dipinto fu poi portato ad Ambracia da Pirro d'Epiro (318-272 a.C.) dopo la guerra di Pirro. Quando i Romani conquistarono Ambracia nel 189 a.C., lo portarono a Roma, dove Plinio il Vecchio lo vide nel Portico di Filippo [Plinio, Naturalis historia, XXXV, 66].
Annibale ebbe il suo ultimo accampamento nelle vicinanze prima di evacuare l'Italia nel 206 a.C. [Livio, Ab urbe condita, 28.46.16], rimanendovi per tre inverni verso la fine della seconda guerra punica, e vi dedicò una targa di bronzo con iscrizioni puniche e greche che descrivevano dettagliatamente le sue imprese.
Cicerone cita Celio Antipatro, il quale afferma che il tempio presentava una colonna d'oro. Annibale volle sapere se fosse d'oro massiccio e, praticando un foro, constatò che lo era e decise di portarla a Cartagine. La notte seguente Hera gli apparve in sogno e lo minacciò di fargli perdere l'occhio buono rimasto se l'avesse presa. Annibale obbedì all'avvertimento; fece fondere una piccola statua di una giovenca, sacra a Hera, con i trucioli del trapano e la pose in cima alla colonna [Cicerone, Marco Tullio; Yonge, Charles Duke (tr.) (1853). Sulla Divinazione XXIV].
Epoca romana.
Nel 173 a.C., dopo che i Romani ebbero fondato la colonia nelle vicinanze, il censore Quinto Fulvio Flacco rimosse le tegole di marmo dal tetto del Tempio di Hera e le utilizzò per il Tempio di Fortuna Equestre a Roma, che aveva dedicato. Il Senato ordinò la restituzione delle tegole, ma, "poiché non c'era nessuno che sapesse come sostituirle, esse furono lasciate nel recinto del tempio". Nel 172 a.C., per il dolore per la tragica notizia della morte dei suoi figli, Flacco si impiccò. "C'era la convinzione generale che fosse impazzito a causa di Giunone Lacinia, nella sua ira per la spoliazione del suo tempio da parte sua" [Livio; Roberts, William Masfen (tr.). Ab Urbe Condita. P. XL. 28].
Ulteriori saccheggi si verificarono durante il I secolo, probabilmente tra il 72 e il 71 a.C., da parte di pirati cilici e cretesi [Plutarco, Vite parallele, IV, “Pompei” XXIX, 6]. Il tempio deve essere rimasto attivo e pieno di offerte per alcuni decenni fino al 36 a.C., quando la colonia romana fu assediata e il tempio saccheggiato da Sesto Pompeo [Appiano, Bell. Civ., v, 133] in fuga dalla Sicilia.
Tra la tarda epoca repubblicana e quella imperiale, probabilmente furono effettuati restauri almeno sul tetto del tempio con elementi in marmo (ad esempio la sima con testa di leone) e sull'area del santuario si trovano tegole con impresso il nome di Quinto Laronio, legato di Agrippa che fu ricompensato con il consolato nel 33 a.C.
La continua devozione a Hera Lacinia nell'età imperiale, tra il 98 e il 105 d.C., è attestata dall'altare dedicato da Ecio, procuratore imperiale (libertus procurator), a favore di Ulpia Marciana, sorella di Traiano.
Si dice che il tempio fosse ancora pressoché intatto nel XVI secolo, ma fu distrutto per costruire il palazzo vescovile di Crotone. Una delle due colonne rimaste crollò durante un terremoto nel 1638.
Descrizione.
Il tempio è stato descritto come "forse la struttura più splendida dell'Italia meridionale".
Il santuario si trovava in una zona di foresta (lucus) [Livio, Ab Urbe condita libri 14, 3] sacra alla dea. Hera è, nella mitologia greca, la più grande delle dee, madre di Zeus e di altre divinità ed eroi, nonché la più grande protettrice delle donne e di tutti gli aspetti della vita femminile, ma è anche venerata come Madre Natura, protettrice degli animali e dei viaggi marittimi. Hera proteggeva in particolare anche il bestiame che pascolava liberamente nella foresta.
Il tempio dorico aveva sei colonne di fronte (esastilo) con un totale di 48 colonne alte più di 8 m. La colonna rimanente poggia sui resti del possente stilobate. Il tetto era coperto di tegole di marmo pario [Livio XLII. 3]. I frammenti architettonici ritrovati mostrano i dettagli in terracotta colorata utilizzati.
La grande via sacra collegava il santuario con la foresta sacra e i punti di approdo costieri e doveva proseguire verso est, terminando in una sorta di piazza dove convergevano le processioni religiose che si snodavano lungo questa maestosa arteria e dove, forse, si trovava l'altare menzionato nelle fonti, ma la forte erosione del promontorio deve averne distrutto questa parte.
Il santuario comprende almeno altri tre edifici: "B", "H" e "K".
Edificio B.
Questo edificio potrebbe benissimo essere stato il primo tempio, successivamente sostituito dal tempio classico, più visibile. Le sue proporzioni, i numerosi restauri subiti in un breve periodo e la sua vicinanza al tempio successivo dimostrano la sua notevole importanza come primo luogo di culto all'interno del santuario.
Scoperto nel 1987, si tratta di un grande edificio a pianta rettangolare (circa 22 x 9 m) orientato ad angolo rispetto al tempio successivo. L'edificio, di cui rimangono le fondamenta, fece ampio uso di calcarenite, disponibile direttamente sul promontorio, frantumata in piccole scaglie sul lato settentrionale della costruzione.
Recenti scavi hanno portato alla luce splendide offerte votive in oro, argento e bronzo dedicate alla dea. Tra queste, alcuni capolavori, tra cui un diadema d'oro che potrebbe aver incoronato l'idolo della dea. Gli splendidi ornamenti in bronzo (una Sirena, una Sfinge e una Gorgone) furono realizzati sotto l'influenza delle grandi scuole di lavorazione del bronzo della Grecia. Il cosiddetto movimento orientalizzante (VII secolo a.C.) si riflette anche nell'edificio B, con oggetti come scarabei e uova di struzzo di origine orientale. Vi sono prove di scambi commerciali con l'entroterra lucano e con le rotte verso la Campania, il Lazio e l'Etruria, che portavano oggetti provenienti da altre regioni, come la singolare imbarcazione nuragica.
La sacralità dell'edificio è attestata non solo dai reperti, ma anche dalla presenza di una pietra di confine sacra (horos) sul lato meridionale. Si distinguono almeno tre fasi costruttive principali: la prima, relativa al muro settentrionale, risale all'inizio del VI secolo a.C. La facciata dell'edificio era probabilmente realizzata in mattoni di fango e il tetto forse in paglia e legno. All'inizio del V secolo a.C., una massiccia ricostruzione di tre lati dell'edificio utilizzò blocchi squadrati di calcarenite. La base quadrata al centro dell'edificio fu collocata in una posizione leggermente eccentrica per rispettare una precedente struttura sacra rappresentata da tre dischi di colonne doriche. Questa base potrebbe essere stata il sontuoso supporto della statua di culto, o una grande tavola delle offerte dedicata a Hera, come attestano le numerose offerte votive nelle vicinanze. Fu inoltre creato l'ingresso sul lato orientale.
La terza fase, nei primi venticinque anni del V secolo a.C., vide il notevole riutilizzo di materiale proveniente da una costruzione monumentale. Il muro meridionale fu raddoppiato, contro il quale furono collocati quattro blocchi parallelepipedi, caratterizzati da anathyroseis squadrate e accuratamente tagliate (fasce cesellate e sottosquadre lungo i bordi dei blocchi).
L'edificio ebbe vita breve, la sua distruzione è datata alla metà del V secolo a.C.
L'hestiatorion.
Lungo il lato meridionale della Via Sacra si erge l'hestiatorion, un edificio adibito a banchetti sacri, sullo stesso asse del grande tempio dorico. Un altro esempio nella regione è il santuario extramurale di Afrodite a Locri (la cosiddetta Stoa a U nella zona di Centocamere, del VI secolo a.C.). Aveva una pianta quasi quadrata (26,3 x 29 m) e consisteva in un cortile porticato sovrastato da 14 stanze, anch'esse a pianta quadrata (4,7 x 4,7 m), disposte simmetricamente in due serie di 5 e 2 stanze. Il ritrovamento di arredi tipici di sale dedicate ai pasti suggerisce che si trattasse dell'edificio adibito a banchetto, mensa e ristoro per viaggiatori importanti e sacerdoti. Risale al IV secolo a.C., quando il tempio aveva già raggiunto grande fama. Le stanze per i klinai (letti utilizzati non solo per riposare ma anche per consumare i pasti) ne conterrebbero 7, per un totale di 98. Altre stanze erano adibite a cucine, magazzini, ecc.
Il termine "banchetti sacri" si riferisce ai pasti rituali collettivi, un aspetto del culto ampiamente praticato nell'età geometrica e arcaica greca. Le cerimonie rituali collettive erano un corollario dei sacrifici e miravano a stabilire relazioni tra la comunità umana e il referente divino, e anche tra gli individui della comunità, come una complessa azione cultuale alla base di un'elaborata operazione politico-sociale. Nell'età classica il banchetto rituale veniva solitamente ospitato negli hestiatoria tra la fine del VI e il V secolo. L'uso dell'hestiatioron e le forme di partecipazione al banchetto rituale cambiarono nell'età ellenistica con lo spostamento dei centri di potere, dalle città-stato ai regni: le monarchie non avevano più bisogno del consolidamento e dell'affermazione periodica dell'identità della città nei santuari.
Il Katagogion.
Lungo il lato nord della Via Sacra si trova il katagogion, un albergo per ospiti privilegiati, risalente alla seconda metà del IV secolo a.C., forse utilizzato per ospitare delegazioni per le riunioni della lega achea, mentre i loro servitori dovevano accontentarsi di edifici molto meno raffinati.
Si affacciava sulla via sacra con un portico dorico che continuava anche lungo il lato est a forma di L. L'accesso avveniva tramite un corridoio, direttamente nella stoà o peristilio che si affacciava su stanze quadrate (5,1×5,1 m) su tutti e quattro i lati. Il paragone più vicino è con il Leonidaion di Olimpia, utilizzato come albergo per le delegazioni dei Giochi Olimpici.
Altri edifici.
Alcune terrecotte decorative e un'iscrizione dedicatoria a Hera del VI secolo a.C., in possesso privato a Crotone, furono descritte nelle Notizie degli scavi 1876.

martedì 23 giugno 2026

Il forte vento che esce dalla bocca di Giovanni Battista decapitata

Nella zona vicino a te, a Verona e nel Veneto, il culto del Battista è molto radicato (inclusa la famosa "rugiada di San Giovanni" ricca di antiche credenze popolari), anche se la variante della "testa volante e del vento che sposta gli edifici" è un racconto più tipico delle antiche cronache apocrife etiopi e delle leggende nate attorno alle reliquie



Il dio Bel

Il Tempio di Bel era il monumento più maestoso e importante di Palmira, in Siria. Consacrato nel 32 d.C., fondeva l'architettura orientale e greco-romana. Distrutto tragicamente nell'agosto 2015, rimane un'icona immortale della storia antica.Il dio Bel (conosciuto localmente anche come Bol) era la divinità suprema e il signore del pantheon di Palmira. 

Governava il cielo e il movimento degli astri. Base religiose di quelle terre e durante l'epoca classica fu fuso con Zeus per i greci e con Giove per i romani.


mercoledì 10 giugno 2026

Martire risorgimentale

Un delle loggie massonica di Verona legata al Grande Oriente d'Italia si chiama proprio Carlo Montanari (Loggia n. 746), martire di Belfiore


venerdì 5 giugno 2026

In-mago

“È necessario che sappiate che cosa si può compiere per mezzo di una forte immaginazione. Essa è il principio di ogni azione magica […] Tutte le nostre sofferenze, tutti i nostri difetti non sono altro che immaginazione. E questa immaginazione ha la capacità di penetrare e di ascendere ai cieli superiori e di passare da stella a stella. Essa domina e modera il Cielo stesso. E allo stesso modo una forte immaginazione è causa tanto della fortuna quanto della sventura.”.
Para-Celso, citato da A.E.Waite


L'Immagine: indicazioni e giochi mercuriali criptici con ChatGpt

domenica 31 maggio 2026

L'uomo massa

"L'uomo massa ricorda con pedantesca efficienza tutto quanto sia umanamente inutile, la sua testa è un cestino per carta straccia...a furia di compiere operazioni mentali inutili, stipando la mente di notizie superflue, eccolo al riparo dall'affiorare di domande pericolose, di sentimenti rischiosi...
L'uomo massa fa a se stesso quello che un tempo i tiranni facevano fare ai sudditi. Egli reprime sistematicamente nella sua memoria ampia e tenace il ricordo di tutto ciò che possa essere di umano interesse...la memoria dell'uomo massa seleziona sì, ma per respingere tutto quanto possa parlargli dell'uomo, dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri...
La schiavitù non fu mai eliminata veramente, bensì socializzata."
Elémire Zolla, "Eclissi dell'intellettuale", 1959

la superficialità di De Luca

Si chiamo Palestina e non è la 'terra promessa" eventualmente, dato che fu la Germania a perseguitare gli ebrei li si doveva insediare lo stato di Israele



giovedì 28 maggio 2026

Docente architetto, uno dei più sapienti esoteristi italiani

Guglielmo Bilancioni architetto scrittore esoterico, avendo letto i suoi scritti posso serenamente affermare che è un grande cultore e sapiente dell'oggi. Anche l'Opera Sapienziale proposta da Fulcanelli si fonda sulla Grande Architettura religiosa


lunedì 25 maggio 2026

Amato dal fascismo come dai partigiani


LA VERITÀ SU GARIBALDI


Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.(Indro Montanelli)
Garibaldi era di corporatura bassa, alto 1,65, ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi, equivalente oggi a molti milioni di dollari. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo "l’incontro di Teano": "... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto docile né cosí onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa".
SBARCO DI MARSALA: fu di proposito "visto" in ritardo dalla marina duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedí ogni eventuale offesa. Tra i famosi "mille", che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino li definí "Tutti generalmente di origine pessima e per lo piú ladra ; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto", sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni piú feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi appositamente dichiarati "congedati o disertori".
CALATAFIMI: contrariamente a quanto viene detto nei libri di storia, il Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l’ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi risultò comprensibilissimo quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. Landi qualche mese piú tardi morí di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva infatti un valore di soli 14 ducati.
PALERMO: il Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo praticamente indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere chiusi nelle fortezze. Il filibustiere cosí poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi di ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.
L’8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell’8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscí dalle file e gli gridò "Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’aimma’í accussí ?". Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco". Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato.
I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono efferati delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte, dove "l’eroe" Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.
MILAZZO: Il giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sgominarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto.
Episodi di tradimento si ebbero anche in Calabria, dove nel paese di Filetto lo sdegno dei soldati arrivò tanto al colmo che fucilarono il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi.
NAPOLI: Il giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i garibaldini. Mai si vide uno spettacolo piú disgustoso. Quell’accozzaglia era formata da gente bieca, sudicia, famelica, disordinata, di razze diverse, ignorante e senza religione. Occuparono all’inizio Pizzofalcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri, profanate le chiese. Il giorno 11 il Garibaldi con un decreto abolí l’ordine dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte, mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti piú preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal Banco delle Due Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un cosí grande oltraggio, eppure nessun libro di storia "patria" ne ha mai minimamente accennato.
CAPUA, VOLTURNO, GARIGLIANO, GAETA: eliminati i generali traditori i soldati duosiciliani dimostrarono il loro valore in numerosi episodi. La vittoriosa battaglia sul Volturno non fu sfruttata solo per l’inesperienza dei nostri comandanti militari. In seguito, la vile aggressione piemontese alle spalle costrinse il nostro esercito alla ritirata nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni, diventata poi famosa con l’appellativo di "eroina di Gaeta", si coprirono di gloria in una resistenza durata circa 6 mesi. Gaeta non poté mai essere espugnata dai piemontesi, ma solo bombardata. Con la resa di Gaeta (13.2.61), di Messina (14 marzo) e di Civitella del Tronto (20 marzo), il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere. I Piemontesi non rispettarono i patti di capitolazione e i soldati duosiciliani in parte furono fucilati, altri vennero deportati in campi di concentramento
in Piemonte. Di questi soldati, morti per la loro Patria, oggi non c’è nemmeno una segno che li ricordi e non meritavano l’oblio cui li ha condannati la leggenda risorgimentale.
PLEBISCITO. Il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli e in tutte le provincie del Regno la farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il Sí ed una per il NO. Si votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali era dichiarato "Nemico della Patria" chi si astenesse o votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Qualcuno dei civili che aveva tentato di votare per il NO fu bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, fu assassinato. Poiché non venivano registrati quelli che votavano per il Sí, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di violenze ed assassini.
FONTE PRINCIPALE:
LE CONFESSIONI DI JOSEPH MARIE GARIBALDÍ
Autore: Francesco Luca Zagor Borghesi
Garibaldi racconta la vera storia dell’unificazione d’Italia
LA LETTERA DI GARIBALDI A CARLO COLLODI.
Giuseppe Garibaldi, qualche giorno prima di morire, scrive una lunga lettera allo scrittore Carlo Lorenzini, noto come Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio.
Si dichiara francese, a partire dal nome, Joseph Marie Garibaldì (accento sulla i finale). Mostra rimorso verso tutte le ingiustizie che vennero perpetrate nel nome di un’Italia che mai venne ad essere una nazione unita.
Il protagonista ricorda, con dovizia di particolari, l’infanzia, la giovinezza, ma soprattutto l’evoluzione della propria coscienza. Confessa con sincerità le molte debolezze, prime, tra le tante, il sogno di ricchezza, le donne, il potere.
Garibaldì si accorge troppo tardi di aver procurato, direttamente o indirettamente, male e dolore a tante persone. Anche per colpa sua, generazioni future conosceranno ancora privazioni.
Ammette di aver servito diversi Stati e quindi di non essere patriota. Conferma di aver amato decine di donne, a volte per una notte a volte per qualche anno. Sottolinea di aver abbandonato i figli e quindi di non essere simbolo dell’unione neppure per la famiglia.
La Spedizione dei mille e il Risorgimento
Per conoscere la vera storia dell’unificazione d’Italia ci vuole un testimone veritiero. Borghesi utilizza Garibaldi per evidenziare una verità ormai nota ai più. Un punto di vista sui protagonisti dell’Unità d’Italia. Piemonte, Inghilterra, Regno di Napoli, Stato Pontificio. Questi gli attori di un intreccio che portò il ricco Sud ad essere invaso da un Nord in cattive acque.
“Le confessioni di Joseph Marie Garibaldì” è un romanzo storico, frutto di studi accurati e non di semplici tradizioni, riportate per interesse.
Fatti immodificabili sui quali accendere la luce della verità
Ovviamente si tratta di una storia non agiografica, che si discosta in modo deciso dalle versioni ufficiali sull’Unità d’Italia e la Spedizione dei Mille.
Una interpretazione degli eventi che getta una luce nuova, che costringe a riflettere. Un revisionismo che, se non stridesse con gli interessi attuali, sarebbe degno di esami e valutazioni oggettive.
Il nostro, spogliatosi della veste d’eroe, chiede giustizia alle vittime tramite Collodi, confessandosi ad uno dei parlamentari del nuovo Stato unificato.
La giustizia potrà essere dunque una meticolosa ricostruzione di ciò che fu e che non doveva essere.
La storia chiede giustizia.
Il libro, pur se scritto con la snellezxza della narrativa, è a pieno titolo parte del nostro catalogo di libri di storia.
Borghesi è appassionato cultore delle vicende umane. I suoi libri Sangue misto, sulla storia dei Rom e dei Sinti, e Miliardi… granelli di sabbia, saggio sull’economia dei nostri giorni, rivelano uno scrittore alla ricerca della giustizia.
Formato: epub (912 Kb). Pagine: 86.
INOLTRE.
BIBLIOGRAFIA, RELATIVAMENTE RECENTE, DEGLI AUTORI ATTUALI PIU' AFFIDABILI:
VALENTINO ROMANO
-Nacquero contadini, morirono briganti. Storie del Sud dopo l'Unità dimenticate negli archivi
Valentino Romano edito da Capone Editore
-Brigantesse. Donne guerrigliere contro la conquista del sud (1860-1870)
Valentino Romano edito da Controcorrente
-Brigantaggio e rivolta di classe. Le radici sociali di una guerra
contadina
Enzo Di Brango , Valentino Romano edito da Nova Delphi Libri
-Briganti e galantuomini, soldati e contadini. (Storie minime della nuova Italia)
Valentino Romano edito da Laruffa
GENNARO DE CRESCENZO
Le industrie del Regno di Napoli
Autore Gennaro De Crescenzo
Editore Grimaldi & C.
Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle. Perché non sempre la storia è come ce la raccontano
Autore Gennaro De Crescenzo
Editore Addictions-Magenes Editoriale
L' altro 1799: i fatti
Autore Gennaro De Crescenzo
Editore Tempo Lungo
GIGI DI FIORE
Controstoria dell'Unità d'Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento
Autore Gigi Di Fiore
EditoreBUR Biblioteca Univ. Rizzoli
I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli
AutoreGigi Di Fiore
EditoreUTET
Briganti! Controstoria della guerra contadina nel Sud dei Gattopardi. Con e-book
Autore Gigi Di Fiore
Editore UTET
La nazione napoletana. Controstorie borboniche e identità «suddista». Con e-book
Autore Gigi Di Fiore
Editore UTET
I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli
Autore Gigi Di Fiore
Editore UTET
Gli ultimi giorni di Gaeta. L'assedio che condannò l'Italia all'Unità
Autore Gigi Di Fiore
Editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Gli ultimi fuochi di Gaeta 1860-61
Autore Gigi Di Fiore
Editore Grimaldi & C.
1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato
Autore Gigi Di Fiore
PINO APRILE
Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»
Autore Pino Aprile
Editore Piemme
Carnefici
Autore Pino Aprile
Editore Piemme
Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l'Italia
Autore Pino Aprile
Editore Piemme
Carnefici
Autore Pino Aprile
Editore Piemme
Terroni 'ndernescional e fecero terra bruciata
Autore Pino Aprile
Editore Piemme
Mai più terroni. La fine della questione meridionale
Autore Pino Aprile
Editore Piemme
Il Sud puzza. Storia di vergogna e d'orgoglio
Autore Pino Aprile
Editore Piemme
NICOLA ZITARA
L' unità d'Italia. Nascita di una colonia
Autore Nicola Zitara
Editore Jaca Book
L' invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria
Autore Nicola Zitara
Editore Jaca Book
Memorie di quand'ero italiano
Autore Nicola Zitara
L' unità d'Italia. Nascita di una colonia
Autore Nicola Zitara
Editore Jaca Book
Luca Marcolivio, nel suo pregevole libro intitolato:“CONTRO GARIBALDI” (edizione Vallecchi 2011)
Antonio Ciano,
I Savoia e il Massacro del Sud, Grandmelò, Roma, 2a Ediz. Ottobre 1996, pp. 256
Rocco Chinnici
magistrato italiano 1925 – 1983
„Riprendendo le fila del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall'unificazione del Regno d'Italia alla prima guerra mondiale e all'avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell'unificazione, non era mai esistita in Sicilia. [... ] La mafia [... ] nasce e si sviluppa subito dopo l'unificazione del Regno d'Italia.“
P.S. Premettiamo di esserci appassionati a questa vicenda solo per amore della verità e dei principi fondamentali che oggi, e non al tempo dei Garibaldi vari, dovrebbero civilmente (e non con le tante offese delle capre che sfogano tutta la loro ignoranza e la loro rabbia contro questo post di VERSO SUD) garantire la libertà di critica che incarna la democrazia , che poi questo paese (che non ci appartiene) vada a carte quarantotto, francamente, come dicono a Roma, “nun ce ne pò fregà de meno”!!!
Come disse Il principe Clemente di Metternich al Congresso di Vienna del 1815 questa penisola è semplicemente “UN’ESPRESSIONE GEOGRAFICA” ed è grazie a Garibaldi e ai maledetti saBoia, ai loro evidenti demeriti, se ancora non c’è unità nazionale, ancora non ci sono italiani, ma soprattutto ancora dopo 158 anni non esiste e non esisterà mai l’Italia come nazione! Esiste solo una colonizzazione del nord nei confronti del Sud! E chest’è...
PERTANTO SI ACCETTANO TUTTI I COMMENTI DEI NOSTRI AMICI LETTORI, SPECIE QUELLI DISSENZIENTI DALLA NOSTRA OPINIONE, MA NON POSSIAMO ACCETTARE TURPILOQUI, INGIURIE E INSULTI NÈ VOLGARI SFOTTÒ DI SCHERNO CHE DENOTANO INCIVILTÀ E ARRETRATEZZA CULTURALE E MENTALE! SI AVVERTONO TALI “SIGNORI” CHE SARANNO IMMEDIATAMENTE BLOCCATI! GRAZIE A TUTTI!...